“Un posto sicuro”: Intervista al regista Francesco Ghiaccio e al protagonista Marco D’Amore

Casale Monferrato, 2011. Eduardo e Luca sono padre e figlio, ma si sono persi da tempo. Una telefonata improvvisa li rimetterà drammaticamente l’uno davanti all’altro, e questa volta, entrambi lo sanno, non avranno una seconda occasione. Intorno a loro si agita l’intera città, in cerca di riscatto alla vigilia della prima grande sentenza sull’amianto. Il bisogno di dar voce a chi non l’ha mai avuta e l’amore per una ragazza daranno a Luca la forza per rinascere, lottare, raccontare una storia fatta di dolori e gioie quotidiane, di ricordi che tornano per farti del male o salvarti per sempre.

Questa è la sinossi del film “Un posto sicuro”, alla cui visione, la mattina del 5 febbraio al Megaplex di Tortona, erano presenti alcune classi del liceo, il regista Francesco Ghiaccio e il protagonista Marco D’Amore. Dopo il dibattito siamo riusciti a fare loro qualche domanda trovando davanti a noi persone gentili e disponibilissime, spinte dalla passione di fare conoscere la storia di Casale e della loro battaglia.

Non avete scelto di fare un film pietoso, in cui la città e i suoi abitanti si piangessero addosso, quale è stato invece il carattere che avete voluto dare alla storia?

Casale è una cittadina di trentamila abitanti, tremila sono morti d’amianto. Avremmo potuto fare un film “strappalacrime”, ma abbiamo voluto restituire dignità alla città e ai suoi abitanti con il racconto di un rapporto problematico tra un padre e il figlio che si ritrovano per affrontare la malattia e il lutto che a Casale hanno colpito quasi ogni famiglia. Questo film è una storia di rivincita e di coraggio e i cittadini ci ringraziano per questo.

Durante il dibattito si è parlato anche del caso Ilva, presto sarete a Taranto. In entrambe le città, quando si iniziò a comprendere la gravità della situazione gli operai dovettero scegliere tra mantenere il lavoro o la salute. Com’è stata la reazione a Casale?

Negli anni Settanta gli operai si accorsero che tante morti non potevano essere un caso. Nemmeno il direttore della fabbrica che, come si vede nel film, viveva a due passi dallo stabilimento con la famiglia sapeva nulla. Solo i vertici conoscevano la pericolosità dell’amianto. Così alcuni operai andarono a chiedere chiarimenti ma molti dicevano ai colleghi di non farlo per paura di perdere il lavoro. La fabbrica chiuse nell’89 solo perchè i proprietari iniziarono a comprendere che tra la gente cresceva la consapevolezza della situazione e credettero che non fosse più vantaggioso, in termini di guadagni, mantenere operativo lo stabilimento.

Come ha partecipato Casale Monferrato alle riprese?

Ha sposato pienamente il nostro progetto sia a livello di amministrazione che di gente comune. Abbiamo girato tanto per la città per ricreare alcune scene realmente accadute e il supporto è stato totale; la produzione ci diceva che riusciva in poche ore ad ottenere delle cose che su altri set richiedevano giornate di lavoro tra uffici, pratiche e visti vari. Era un film che parlava della storia della città, in cui molti si sono identificati perché lo consideravano un’occasione di riscatto, soprattutto dopo la sentenza della Cassazione. Il nostro è soprattutto il racconto di una rinascita: un risveglio che è iniziato più di trent’anni fa, quando i primi operai dissero “qua stiamo morendo tutti”. E così iniziarono a lottare. Un posto sicuro non riguarda solo il lavoro o la consapevolezza di vivere in un posto sano, ha a che fare anche con la parte più segreta di noi, lì dove speri che tutto sia in ordine e che riprenda presto a splendere.

Cosa possiamo fare oggi noi ragazzi per questa battaglia?

Le madri di Plaza de Mayo coniarono una frase che recitava “L’unica battaglia che non si vince è quella che si abbandona”, e noi questa battaglia non la abbandoniamo, perché il posto sicuro del titolo sia un riparo non solo per il corpo, ma anche per l’anima. Le vicende del giovane Luca sono il fulcro di questo film. Il protagonista pur vivendo a Casale da sempre non aveva che una conoscenza sommaria del caso Eternit, ma quando suo malgrado scopre la malattia del padre gli si riavvicina, se pur con difficoltà, e cerca di informarsi e avere consapevolezza della vicenda. Il secondo passaggio è la scelta, quella di mettere in campo le sue abilità, in questo caso di attore di teatro, per questa battaglia. È una scelta anche quella che fate voi oggi facendoci queste domande per il vostro giornale scolastico.

Greta Palmazio e Martino Gandi

 

La Meccanica Quantistica

“Penso di poter affermare che nessuno  capisce la meccanica quantistica” 

(R. Feynman, premio Nobel per la fisica)

Ebbene sì, è infine giunto il momento di tuffarci nel surreale mondo della meccanica quantistica. Questa teoria descrive il comportamento dei componenti microscopici della materia, quali atomi e loro componenti, fino ad arrivare alle particelle elementari. Ma andiamo con ordine.

Tutto ebbe inizio dallo studio di un oggetto particolare: il corpo nero. Si tratta di un corpo con la capacità particolare di assorbire ogni tipologia di onda elettromagnetica e successivamente, per il principio della conservazione dell’energia, di emetterne altrettante lungo tutto lo spettro (quindi per tutte le lunghezze d’onda λ). A seconda della temperatura a cui il corpo si trova, la maggior parte di energia verrà “fornita” a un determinato range di λ. Ecco un’immagine che presenta lo spettro di corpo nero a diverse temperature.

C’era un problema riguardo il corpo nero che creava non poco imbarazzo tra i fisici: non si riusciva infatti a trovare una formula che conciliasse previsioni teoriche e misurazioni sperimentali. Osserviamo la curva nera: se si utilizza la fisica classica per spiegare il corpo nero, si arriva a un’equazione che porta a prevedere energia infinita per le lunghezze d’onda molto piccole. Fu Max Planck, che, perfezionando la precedente teoria di W. Wien, riuscì a formulare un’equazione che facesse coincidere previsioni ed esperimento. Tuttavia, per riuscirci, dovette ipotizzare qualcosa di assolutamente sconvolgente: che la luce fosse formata da multipli interi di una quantità minima, un pacchetto di base, chiamato quanto; in gergo, si dice che la luce non è continua, ma discreta. Per intenderci, anche il sistema monetario è discreto: non si può avere o pagare una quantità a piacere di denaro, deve sempre essere un multiplo intero del pacchetto di base che è il centesimo.

Inizialmente l’idea di Plank sembrava un semplice espediente matematico per far tornare i conti, ma Einstein dimostrò l’esistenza dei fotoni, i quanti della luce, provando che la luce è contemporaneamente particella e onda –e risolvendo in questo modo l’annosa diatriba sulla natura della luce, iniziata con Newton e Huygens- . Negli anni seguenti questa teoria fu ampliata da L. de Broglie, il quale teorizzò che non solo la luce, ma ogni particella quantistica è contemporaneamente corpuscolo e onda. Se vi sembra che tutto ciò sia paradossale, sappiate che non avete ancora sentito nulla. Negli stessi anni -prima metà del Novecento-, si effettuarono esperimenti sugli elettroni, scoprendo che le particelle quantistiche possono, in linea di principio, “aggirare” quasi tutte le leggi della fisica. Ciò che i fisici possono fare è studiare dei modelli probabilistici: non si può predire il comportamento di un singolo ente quantistico, ma si può calcolare in quale dei diversi stati è più probabile che esso scelga, una volta sottoposta a misura. L’utilizzo del verbo “scegliere” non è casuale, infatti si è scoperto che, prima di una misura, una particella quantistica si trova in una sovrapposizione di tutti gli stati che potrebbe potenzialmente assumere. Riassumendo, la MQ (meccanica quantistica) si basa su questi principi:

.predizione probabilistica;

.indeterminazione: di una particella non si possono conoscere sia posizione che velocità, così come non si possono conoscere lo scambio energetico con l’ambiente e il tempo impiegato per effettuarlo (secondo i due principi di indeterminazione di Heisenberg);

.complementaritàgli enti quantistici sono considerati sia onde, sia corpuscoli;

.sovrapposizione: fino ad avvenuta misura, le particelle si trovano in tutti gli stati possibili.

Per fortuna, a questi quattro, si aggiunge il principio di corrispondenza tra meccanica quantistica e classica per i corpi più grandi di atomi e molecole, sebbene non sia ancora stato stabilito un confine netto tra le due teorie. Questo ci rassicura sul fatto che nella vita di tutti i giorni è praticamente impossibili assistere a dei fenomeni quantistici, come teletrasporto o effetto tunnel.

Per quanto possa sembrare assurda, la MQ funziona e ci ha permesso, tra le altre cose, la formulazione del Modello Standard, teoria che dovrebbe descrivere tutte le particelle elementari e che analizzeremo nei prossimi articoli. I problemi aperti, tuttavia, sono ancora molti. Innanzitutto la MQ, e il Modello Standard in particolare, presentano problemi esplicativi, come quello della massa dei neutrini, e inestetismi che non giustificano certi parametri (sì, per quanto possa sembrare strano, più una teoria è “bella” e “pulita” da un punto di vista matematico, più è probabile che sia corretta). Inoltre, resta uno dei più grandi crucci della scienza contemporanea: non siamo in grado di conciliare relatività e MQ.

Oltre a queste problematiche, prettamente specialistiche, è chiaro che il problema maggiore presentato dalla meccanica quantistica è il fatto che essa sia assolutamente contraria alla nostra logica e al buon senso comune. Ad oggi, filosofi e fisici si stanno ancora interrogando su quale sia l’interpretazione da attribuire alla MQ.

La realtà dipende solo da quando e da come una misura viene effettuata? Il principio che dal nulla non nasce niente è da eliminare? Ci sono forse dei parametri nascosti che ci sfuggono e che “riordinano” la realtà quantistica? Oppure, che la MQ sia solo un espediente che abbiamo utilizzato finora a causa della nostra ignoranza e che un giorno si scopra che in realtà anche il mondo dell’infinitamente piccolo funziona in maniera deterministica?

Forse, con l’avanzare della ricerca troveremo delle risposte a queste e alle molte altre domande che la MQ ci pone innanzi. Sempre che, per una qualche oscillazione quantistica tutta l’umanità non venga teletrasportata istantaneamente su Plutone. Tuttavia non preoccupatevi, è un evento possibile, ma altamente improbabile.

Elia Cattaneo, Mirlinda Meta, Alberto Zorzetto

Uno sguardo sul mondo: “Intervista a Michele Rebora”

Ecco a voi l’intervista a Michele Rebora, un ex studente del nostro liceo, diventato ora un educatore del “Piccolo Cottolengo Don Orione”di Tortona.

Puoi presentarti brevemente?

Mi chiamo Michele, ho quarantacinque anni e sono un educatore. Sono nato, vivo e lavoro a Tortona, presso il “Piccolo Cottolengo Don Orione”, una struttura che ospita minori con disabilità psicofisiche gravi e gravissime.

Qual è stato il tuo percorso di studi?

Dopo il diploma di maturità scientifica, mi iscrissi a lettere moderne, affascinato dalle materie umanistiche. Dopo una partenza di slancio, iniziai a procedere per inerzia, rallentando il ritmo fino a fermarmi. Idee confuse, perplessità rispetto alle reali possibilità di inserimento lavorativo nel mondo della scuola mi portarono a decidere per un anno di sospensione. L’unica certezza che avevo in quegli anni era che avrei scelto di svolgere il servizio civile. E così fu. Venni inviato al “Centro Paolo VI” di Casalnoceto e fu la scoperta di un mondo. Affascinante, sconvolgente, faticoso, ma estremamente appagante. Alla fine dell’anno la decisione era presa: mollare tutto, ricominciare da capo e studiare un approccio professionale a questo nuovo universo che mi si era rivelato. Avevo ventisette anni, mi iscrissi al corso regionale per educatori professionali al Don Gnocchi di Milano, che aveva fama di approfondire particolarmente i temi della psichiatria e della devianza e riuscii a laurearmi nel luglio del 2003.

In che cosa consiste attualmente il tuo lavoro?

Nella “Carta dei Servizi” della struttura l’educatore viene così definito: “Svolge la propria attività nei riguardi di tutti gli ospiti con l’attuazione di progetti individuali volti a promuovere e a contribuire al pieno sviluppo delle potenzialità di crescita personale e di inserimento sociale, agendo sulla relazione interpersonale, sul contesto ambientale e sull’organizzazione delle attività in campo educativo”. In parole più semplici mi occupo della promozione, del rinforzo o del mantenimento delle abilità senso motorie, comunicative, cognitive, e dell’area delle autonomie personali dei singoli ospiti.

Un successo professionale che non dimenticherai mai?

Quindici anni sono un periodo molto lungo per uno che lavora sui cambiamenti infinitesimi, sui piccoli passi e con obiettivi minimi. E’ difficile isolare episodi particolarmente eclatanti. Non perché non avvengano, ma perché, in forma diversa, sono tutti importanti e hanno tutti eguale valore. Se devo forzare una risposta, racconto l’episodio avvenuto con un’ospite che in anni di lavoro avevo sempre visto in stato di incoscienza e semicomatoso, è stata inserita in un programma sperimentale di musicoterapia basata sul contatto corporeo. Ho scelto di lavorare con lei proprio perché non reattiva agli stimoli verbali e sensoriali in genere. Durante un passaggio piuttosto intenso, massaggiandole le mani inerti, improvvisamente le ha strette sulle mie ripetendo il gesto ogni volta che riproponevo lo stimolo. E’ stato molto emozionante, in quanto ci siamo resi conto che B. c’era, nascosta da qualche parte, ed era riuscita a comunicare. In conseguenza di ciò si sono riviste le terapie farmacologiche e per un lungo periodo B. è diventata interattiva, responsiva e comunicativa. Purtroppo nel tempo le condizioni generali di salute si sono aggravate e piano piano è ritornata a spegnersi, anche se non come prima e ogni tanto ha brevi periodi di ripresa.

Qual è il lato più bello e quale quello più difficile del tuo lavoro?

Ci sono aspetti gratificanti e momenti emotivamente molto intensi, così come fatiche e frustrazioni talvolta brucianti. Non mancano momenti in cui hai bisogno di confronto con il resto della squadra perché da solo proprio non ce la fai a mantenere quel distacco emotivo che ti permette di ritrovare energia e motivazione. La difficoltà sta anche e soprattutto nel lavoro su di sé, nel dare senso e significato ad ogni cosa che si pensa, si propone e si agisce. E’ utile, se non indispensabile, guardare se stessi dall’esterno. Essere e stare in relazione è faticoso. Superare i propri pre-giudizi e pre-concetti, la seduzione di soluzioni preconfezionate e apparentemente salvifiche o anche solo la tentazione fortissima di sostituirsi all’altro nelle sue difficoltà invece di insegnargli a superarle con le sue sole forze è complicato, ma fondamentale. C’è infine la consapevolezza di lavorare, spesso, con patologie degenerative che chiudono la porta al futuro. Già è difficile trovare un senso alla sofferenza, ancora più difficile quando una di queste candeline si spegne. Non è vero che ci si abitua, fa sempre male allo stesso modo. E fortunatamente è così, aggiungo. Se dovesse cambiare qualcosa nel mio sentire, sarei il primo a farmi delle domande.

A distanza di anni, faresti la stessa scelta professionale? Se no, verso cosa ti orienteresti?

Sì, penso proprio di sì. Credo di esprimermi al meglio nella relazione, nell’ascolto, nell’incontro e nel confronto. Potessi tornare indietro sceglierei in ogni caso una professione legata all’ambito psicopedagogico. Ma se proprio devo fare un voletto di fantasia, lasciami rispolverare il vecchio sogno di bambino, che era quello di diventare uno stimato e abile medico chirurgo.

Sofia Ruzza 

 

 

 

In cerca di una bussola? Intervista a Giulia Cosola: “Shanghai is a platform where you can build your dream.”

Wanderlust è una parola tedesca dal significato molto particolare: indica il forte desiderio di partire e viaggiare verso nuovi posti. Probabilmente la maggior parte di noi ha già potuto provare la sensazione di quando il luogo in cui ci si trova non sia quello giusto: un po’ per la vita di provincia che ci sta stretta, un po’ perché negli anni della giovinezza si è sempre più intraprendenti o, forse, per entrambe le ragioni. Chiudere gli occhi con la speranza di ritrovarsi altrove; ciò può essere uno stimolo per dare una svolta alle proprie vite o una condanna, se ancora una volta non si trova il coraggio di realizzarla. L’intervistata di questo numero è Giulia Cosola, ex alunna del nostro liceo, che molti di voi conosceranno come insegnante del corso di cinese che si è tenuto a scuola l’anno passato. Giulia, a 27 anni, ha trovato il coraggio di seguire le sue passioni (studiando a Bologna e specializzandosi a Venezia, quindi decisamente lontano da casa), sempre senza scendere a compromessi o accontentarsi, ritrovandosi a vivere e a lavorare a Shanghai. Del resto c’era da aspettarselo che ce l’avrebbe fatta, da una che da bambina, già determinata, amava canticchiare quella canzone di Eugenio Finardi che fa: “Extraterrestre portami via/ voglio una stella che sia tutta mia”.

Com’è nata la tua passione per il cinese?

Ho deciso di iniziare a studiare cinese a nove anni, un’età cruciale della mia infanzia perché è stato l’anno in cui sono passata da essere figlia unica ad avere una sorella minore di cui sono innamoratissima, Silvia. Nell’anno in cui è nata è uscito Mulan al cinema, e mi ricordo che i miei genitori mi portarono a vederlo e da lì ho deciso che la mia vita sarebbe dovuta essere “china oriented”, rimanendo poi dello stesso avviso quando dieci anni dopo si è trattato di dover scegliere l’università.

Com’è stato dover studiare una lingua orientale pretendo da zero?

Il problema di studiare una lingua orientale è il sistema di scrittura completamente diverso dal nostro, tradotto: i primi due anni dello studio universitario del cinese sono molto ostici. All’inizio non c’era il dizionario online ma quello cartaceo, quindi scrivere o fare qualsiasi cosa a livello di traduzione è stato fastidioso e molto frustrante, perché ti rendi conto che ci metterai anni prima di iniziare a scrivere come loro o anche solo a ricordarti come si scrive ogni carattere (che in cinese rappresenta una parola a sé stante). Il mio consiglio per chi decidesse di studiare cinese è di crederci molto, di non demordere e di allenarsi con tutti gli strumenti a disposizione, (anche andare a parlare al cinese che ti vende le scarpe se serve), perché il questa è una lingua che ti può tradire, nel senso che puoi dimenticartela molto facilmente se non la pratichi. Perciò, non bisogna pretendere da se stessi grandi progressi in tempi brevi, perché è impossibile: è una lingua che richiede tanto impegno, tanta pazienza e tanta costanza.

Quanto è stato forte il trauma del passare a vivere da Tortona a Shanghai?

Sono passata a vivere da una città di venticinquemila abitanti, ad una metropoli di venticinque milioni, quindi direi che è stato traumatico, ma in senso positivo. Shanghai offre tantissime possibilità di qualsiasi genere: dall’anteprima mondiale al cinema piuttosto che una nuova attività, e ciò ti porta a sentirti al centro del mondo. Inoltre non incontrerai mai la stessa persona per più di una volta, e ciò ti dà la possibilità di interagire sempre con persone diverse, che hanno storie e sogni diversi. Ad esempio, sono stata molto colpita da un ragazzo americano incontrato una sera in un pub a febbraio dell’anno scorso, quando ero arrivata da appena qualche settimana, che un po’ alticcio mi disse una grande verità: “Shanghai is a platform where you can build your dream.” Inoltre i cinesi nonostante ricevano un’educazione molto rigida che gli rende difficile uscire dagli schemi, sono forti di una cultura millenaria che li rende molto empatici e allegri, anche se sono poco propensi al contatto fisico.

Quali sono i pro e i contro di vivere a Shanghai?

Già dal fatto che ha venticinque milioni di abitanti emerge il più grande contro: non sei mai solo e devi andare a fare la fila per qualsiasi cosa e niente è vicino, dato che le distanze sono immense. Io, ad esempio, ci metto un’ora e mezza di metropolitana per andare al lavoro. Quindi impari a dare importanza al tempo libero, che in una città così frenetica acquista ancora più valore.

Che ricordi hai del liceo?

Diciamo che l’adolescenza di per sé è un momento abbastanza tragico, però ho vissuto gli anni del liceo con molto impegno perché fortunatamente mi piace studiare quindi non è stato mai stressante. Sicuramente, una professoressa che mi porto nel cuore è la prof. Maria Paola Bidone. Per me lei è stata la mia nemica-amica, nel senso che non ci siamo mai dette apertamente quello che pensavamo l’una dell’altra, ma ci siamo volute un sacco di bene e lei me lo ha fatto capire dandomi molte punizioni, che però mi sono servite nella vita per comprendere tante cose: dal non arrivare mai in ritardo a esprimere la mia opinione non come un fiume in piena, ma usando le parole giuste. Posso dire quindi che mi ha dato le armi per combattere le mie guerre. Cito anche la professoressa Ghislieri, che con la sua dottrina mi ha insegnato a essere un po’ più tedesca e meno italiana, e la professoressa Massucco, che mi ha sempre incoraggiata. Tutto sommato ho dei bellissimi ricordi di quegli anni, anche se c’è da dire comunque che le cose brutte si dimenticano: la vita è un po’ più difficile dopo, e quindi arrivi quasi a rimpiangere il liceo.

Che consiglio ti senti di dare a chi sta per scegliere cosa fare dopo il liceo?

Prima di tutto di non fare una cosa tanto per farla o perché costretti dai propri familiari: bisogna capire cosa ci fa stare bene, e ciò non dev’essere necessariamente l’università, ma può essere anche un’accademia o iniziare un mestiere. Per chi si è già fatto un’idea e si ritroverà a fare i conti con il purtroppo disastrato sistema universitario italiano, consiglio un’università pubblica, perché hanno molti più programmi per fare esperienze all’estero, avendo gli esami riconosciuti, mentre le università private ti danno meno possibilità di mobilità. Noi siamo abbastanza fortunati perché abbiamo molte sedi universitarie vicino a noi, ma non dovete avere paura, se c’è la possibilità, di andare anche in qualche ateneo un po’ più lontano.

Mirlinda Meta

The Prestige

“Ogni numero di magia è composto da tre parti o atti. La prima parte è chiamata “La Promessa”. L’illusionista vi mostra qualcosa di ordinario. Il secondo atto è chiamato “La Svolta”. L’illusionista prende quel qualcosa di ordinario e lo trasforma in qualcosa di straordinario. Ma ancora non applaudite. Perché far sparire qualcosa non è sufficiente; bisogna anche farla riapparire. Ora voi state cercando il segreto… ma non lo troverete, perché in realtà non state davvero guardando. Voi non volete saperlo. Voi volete essere ingannati.” Due giovani illusionisti (apprendisti), Robert Angier e Alfred Borden, rispettivamente Hugh Jackman e Christian Bale, vengono istruiti da Cutter, un ingegnere illusionista ed ex mago. Durante un numero di magia però qualcosa va storto e Angier incolperà l’amico dell’accaduto, tentando di vendicarsi. Inizia così un crudele gioco di potere tra due uomini e la rivalità si trasformerà pian piano in ossessione. Il film è un continuo trucco di magia. L’abile regia di Christopher Nolan spezza la narrazione in varie linee temporali rendendola concitata, come un mago “illude” lo spettatore, orientando il suo sguardo altrove, non facendogli capire ciò che realmente accade. Il trucco sta in una trama semplice che fa da scheletro a qualcosa di molto più complesso. Non si può definire semplicemente un thriller o un lungometraggio d’avventura, poiché arriva a toccare pure il genere fantascientifico, e ciò rende la pellicola ancora più magica di come già si presenta. Una regia più che convincente su tutti i fronti, merito di una cura per i dettagli tipica delle produzioni di serie A. L’epoca vittoriana viene riprodotta in ogni minimo particolare, immergendo completamente lo spettatore. Colonna sonora eccellente, impianto registico fuori dagli schemi e rivoluzionario contribuiscono a renderlo uno dei più grandi Film diretti da Nolan dopo il pluripremiato “Intestellar”. «Il regista, ancora più che il romanziere è molto simile ad un mago nel modo in cui scegliamo di rivelare le informazioni, cosa dire al pubblico e quando il punto di vista in cui trasciniamo la platea. Usiamo queste tecniche per ingannare il pubblico, per trascinarlo in vari vicoli ciechi e false piste e via dicendo, e infine speriamo a una conclusione narrativa soddisfacente.» Christopher Nolan.

Claudio Angelo Ferrari Binello

In cerca di una bussola?

La città universitaria in cui sceglieremo di andare in futuro diventerà parte di noi. Quindi non è sbagliato tenere conto anche di questo fattore nella scelta del proprio ateneo. Ogni città offre più o meno divertimenti, più o meno distrazioni, ha una vita più o meno costosa e può essere più o meno comoda, ma ciò che conta è che non ci sia indifferente: sarà il posto in cui trascorreremo almeno tre anni della nostra vita. Per questo motivo vi propongo una breve analisi delle città universitarie più vicine a noi.

Milano

È la città più cara in assoluto, con prezzi medi che vanno da 480 euro per l’affitto di un appartamento con camera singola (si può arrivare a 590 se si decide di alloggiare nel centro storico) a 320 per una camera doppia. Ha il doppio vantaggio di essere una città molto viva, in cui è possibile trovare qualsiasi cosa, e non troppo lontana da casa: Tortona si trova a circa un’ora di distanza, e ci sono treni diretti pressoché ad ogni ora. Nel particolare: una corsa Tortona-Milano Centrale costa 7.30 euro, un abbonamento settimanale 29 e uno mensile 101. Sicuramente per alcuni questo surplus di divertimento e di caos può essere visoi come una fonte di distrazione. A Milano però ci sono molte realtà universitarie di ottimo livello. Prendendo come riferimento la classifica 2015 delle migliori università del Sole24Ore abbiamo, tra le statali:

– Politecnico di Milano, terzo posto con 81 punti;

– Università di Milano-Bicocca, sesto posto con 75 punti;

– Università Statale di Milano, quindicesimo posto con 68 punti;

Private:

– Università Commerciale Luigi Bocconi, primo posto con 86 punti;

– Università Vita-Salute San Raffaele, terzo posto con 79 punti;

– Università Cattolica del Sacro Cuore, settimo posto con 55 punti;

– Università di Lingue e Comunicazione IULM, nono posto con 43 punti;

Torino

Di Torino dicono che sia una piccola Parigi: così maestosa e regale, l’ex capitale sabauda è anche una città a misura di studente. Più piccola e meno caotica di Milano, offre molti servizi di alta qualità e ottime attività culturali. In questi ultimi anni l’amministrazione comunale sta puntando molto a rendere Torino una città sempre più universitaria, riconoscendo che gli studenti sono una grande risorsa. Il divertimento è a portata di tutti, il centro è sempre pieno di giovani anche fino a tardi e anche se i locali non sono glamour come a Milano, sicuramente sono un bel ambiente in cui socializzare. Immancabile la gita sulla Mole Antonelliana per godere di una visuale spettacolare sulla città. Attenzione però, programmate questa visita solo dopo che vi siete laureati, dicono che prima porti sfortuna. Da Tortona andare a Torino in treno costa 8.70 euro, con cambio fisso in Alessandria; un abbonamento settimanale tra i 32 e i 36 euro a seconda dei cambi e un abbonamento mensile tra i 116 e i 130.. In treno è un po’ scomodo fare avanti e indietro, dunque sarebbe meglio prendere in considerazione l’idea di trasferirsi lì; una singola a Torino in media costa 320 euro e una doppia 220, dunque un prezzo decisamente inferiore rispetto a Milano. Nella classifica del Sole24Ore troviamo:

– Politecnico di Torino, quattordicesimo posto con 70 punti;

– Università degli studi di Torino, venticinquesimo posto, con 56 punti;

Genova

Piace o non piace, non ci sono vie di mezzo. Ci sono quelli che la trovano magica e quelli che pensano sia lasciata a se stessa. Sceglierla è un po’ una missione, visto che è meno elegante di Torino ed è meno metropoli di Milano. Passare però dal vedere la triste nebbia padana a vedere il mare, infondo, lascerebbe indifferenti pochi. Ci sono zone di Genova un po’ pericolose e quindi informatevi bene se avete intenzione di trasferirvi; in particolare non sorprendetevi di quello che potreste vedere, sentire e odorare (chi conosce Genova può capire) tra i vicoletti. I prezzi delle case sono circa 350 euro per una singola, 200 per una doppia, in linea all’incirca con Torino e quindi meno cara di Milano. Col treno una corsa singola costa 6.80, un abbonamento settimanale 27.40, mentre un abbonamento mensile 82.50. L’Università di Genova nella classifica del Sole24Ore si piazza al ventinovesimo posto con 52 punti.

Pavia

Personalmente reputo Pavia la città universitaria più rappresentativa che ci possa essere: conta 75000 abitanti e una popolazione di 25000 studenti iscritti all’Università. Pavia è una città giovane e dinamica, ma occorre sottolineare che le ridotte dimensioni della città rispetto alle altre di cui abbiamo fino ad ora parlato la rendono molto più tranquilla. Ha però il vantaggio di offrire un gran numero di servizi e agevolazioni perché i pavesi sono consapevoli che gli studenti sono ciò che anima, dal punto di vista sia sociale che economico, la città. Inoltre la posizione è molto interessante: è vicina a Tortona e permette di fare tranquillamente il pendolare, dato che si tratta di circa mezz’ora di treno. Per essere più precisi la corsa singola costa 4.80, l’abbonamento settimanale 23.e quello mensile,80. Se invece si preferisse trasferirsi, in media sono richiesti 270 euro per una camera singola e 200 per una doppia. Il prezzo è così competitivo poiché sono oltre 1400 i posti letto offerti dagli enti universitari. L’Università degli Studi di Pavia nella classifica 2015 del Sole24Ore si piazza al decimo posto con 73 punti.

Mirlinda Meta

 

Un alunno del classico vince le “Olimpiadi di Matematica”

Intervista a Mattia Viscariello

Potrebbe sembrare un’ intervista impossibile eppure è accaduta realmente. Abbiamo deciso di fare qualche domanda a Mattia Viscariello, alunno della 4° A classico che ha da poco vinto i “Giochi di Archimede” con un alto punteggio. Siamo orgogliosi come Istituto dell’ottimo risultato ma ancor di più il liceo classico è fiero di un alunno che ha saputo (largamente) sfatare quel mito per cui, al classico appunto, non si possa avere una buona preparazione scientifica.

Come mai un alunno del classico ha una così forte passione per la matematica? E che in che modo potrebbe essere affascinate questa materia per uno studente di oggi?

La matematica mi è sempre piaciuta; ho scelto il liceo classico perché ero affascinato dal greco e dal latino e volevo impararli, ma non per questo ho perso interesse: non è assolutamente vero che frequentando questo indirizzo si rinuncia alle materie scientifiche, e se si ha voglia di impegnarsi si può raggiungere la stessa preparazione di qualsiasi altro liceo anche in questo settore.

Secondo me è affascinante per due motivi: per prima cosa ci sono branche della matematica tanto numerose e diverse che è quasi certo che ognuno trovi quella che più si addice alle sue attitudini. In secondo luogo è possibile collegare la matematica non solo con altre materie che studiamo, ma anche con le necessità della vita di tutti i giorni.

Ad esempio?

Quello che mi viene in mente per primo è la sua utilità nel campo economico. Oltre alle quattro operazioni, una buona conoscenza della materia facilita nell’amministrazione fiscale e finanziaria dei propri beni. Ma al di là di tutto ciò, la forma mentis che deriva dallo studio della matematica può servire a sviluppare ragionamenti più brillanti e rapidi.

Come funzionano le “Olimpiadi della Matematica”, da chi sono organizzate e a cosa porta aver vinto la fase interna al liceo?

Le “Olimpiadi della Matematica” sono una competizione annuale organizzata a livello nazionale dalla “Unione Matematica Italiana” con la collaborazione della Scuola superiore Normale di Pisa; quella che si tiene ogni anno nel liceo è la prima fase, chiamata “Giochi di Archimede”, attraverso la quale vengono scelti un numero di studenti tra i vincitori delle prove del biennio e quelle del triennio per passare alla seconda fase, la selezione provinciale, che si terrà per noi all’Università Avogadro in Alessandria. Se riusciremo a vincere anche in questa fase passeremmo alla finale nazionale a Cesenatico. C’è anche una fase a squadre, a cui il Peano partecipa ogni anno: sono organizzati degli incontri pomeridiani di preparazione, a cui si può partecipare liberamente, e tra coloro che si presentano verrano scelti i membri della squadra.

Essendo una prova dell’intero triennio a cui partecipano anche alunni della quinta, vuol dire che tu hai studiato da solo alcuni argomenti che non fanno parte del tuo programma di quest’anno e dell’anno precedente?

Dato che la prova è aperta a tutti gli studenti del triennio di qualsiasi indirizzo, per risolvere gli esercizi è necessaria solo la preparazione dei primi due anni ed un po’ di intuitività, però sapere qualcosa di più dell’argomento non fa certo male.

Sì, ho approfondito da solo alcuni argomenti che nel programma per ora sono solo stati citati, o che non sono neanche presenti, ma fino ad ora non mi è capitato di doverli usare. Ci tengo però a sottolineare che per partecipare alle selezioni d’istituto non è richiesta alcuna preparazione speciale, ed invito tutti quelli che sono interessati alla cosa, ma scoraggiati dall’idea di non avere le conoscenze necessarie, di provarci l’anno prossimo, non si sa mai che potrebbe piacervi.

Quale altre materie ti appassionano come la matematica e da che cosa secondo te possono essere legate?

Iniziando la terza mi sono davvero appassionato a filosofia e ritengo che, come la matematica, sia considerata erroneamente una disciplina o troppo difficile o troppo astratta per meritare attenzione. Secondo me questo è dovuto ad un pregiudizio sbagliato nei confronti della materia, cioè che essa sia semplicemente il cercare risposta alle domande esistenziali che l’uomo si pone da sempre. La filosofia però è molto di più: è la madre di tutte le scienze moderne, che sono nate dal suo incontro con la matematica. Se la conoscenza è un albero, la filosofia è il tronco, i rami sono le scienze e la matematica è la corteccia. Matematica e filosofia sono sempre stalle strettamente legate, e molti princìpi matematici hanno anche valenza filosofica. Si veda ad esempio la logica, che è una branca sia della matematica che della filosofia.

Ti piacerebbe continuare a studiare matematica?

A me piacerebbe continuare a studiare matematica anche all’università e sono convinto che questa materia mi aiuterà, qualsiasi sarà la strada che prenderò, sia nel campo degli studi che in quello lavorativo.

Venditti in Notte prima degli esami canta «la matematica non sarà mai il mio mestiere…» Potrebbe invece essere il tuo?

Assolutamente, perché mi guadagnerei da vivere concentrandomi a tempo pieno su questa disciplina che personalmente amo. Sarebbe una sensazione appagante ed impagabile lavorare allo stremo delle proprie forze per affrontare un nuovo argomento o un importante problema e, superando tutte le difficoltà, alla fine risolverlo. La matematica mi ha insegnato anche questo.

Martino Gandi