In cerca di una bussola? Intervista a Giulia Cosola: “Shanghai is a platform where you can build your dream.”

Wanderlust è una parola tedesca dal significato molto particolare: indica il forte desiderio di partire e viaggiare verso nuovi posti. Probabilmente la maggior parte di noi ha già potuto provare la sensazione di quando il luogo in cui ci si trova non sia quello giusto: un po’ per la vita di provincia che ci sta stretta, un po’ perché negli anni della giovinezza si è sempre più intraprendenti o, forse, per entrambe le ragioni. Chiudere gli occhi con la speranza di ritrovarsi altrove; ciò può essere uno stimolo per dare una svolta alle proprie vite o una condanna, se ancora una volta non si trova il coraggio di realizzarla. L’intervistata di questo numero è Giulia Cosola, ex alunna del nostro liceo, che molti di voi conosceranno come insegnante del corso di cinese che si è tenuto a scuola l’anno passato. Giulia, a 27 anni, ha trovato il coraggio di seguire le sue passioni (studiando a Bologna e specializzandosi a Venezia, quindi decisamente lontano da casa), sempre senza scendere a compromessi o accontentarsi, ritrovandosi a vivere e a lavorare a Shanghai. Del resto c’era da aspettarselo che ce l’avrebbe fatta, da una che da bambina, già determinata, amava canticchiare quella canzone di Eugenio Finardi che fa: “Extraterrestre portami via/ voglio una stella che sia tutta mia”.

Com’è nata la tua passione per il cinese?

Ho deciso di iniziare a studiare cinese a nove anni, un’età cruciale della mia infanzia perché è stato l’anno in cui sono passata da essere figlia unica ad avere una sorella minore di cui sono innamoratissima, Silvia. Nell’anno in cui è nata è uscito Mulan al cinema, e mi ricordo che i miei genitori mi portarono a vederlo e da lì ho deciso che la mia vita sarebbe dovuta essere “china oriented”, rimanendo poi dello stesso avviso quando dieci anni dopo si è trattato di dover scegliere l’università.

Com’è stato dover studiare una lingua orientale pretendo da zero?

Il problema di studiare una lingua orientale è il sistema di scrittura completamente diverso dal nostro, tradotto: i primi due anni dello studio universitario del cinese sono molto ostici. All’inizio non c’era il dizionario online ma quello cartaceo, quindi scrivere o fare qualsiasi cosa a livello di traduzione è stato fastidioso e molto frustrante, perché ti rendi conto che ci metterai anni prima di iniziare a scrivere come loro o anche solo a ricordarti come si scrive ogni carattere (che in cinese rappresenta una parola a sé stante). Il mio consiglio per chi decidesse di studiare cinese è di crederci molto, di non demordere e di allenarsi con tutti gli strumenti a disposizione, (anche andare a parlare al cinese che ti vende le scarpe se serve), perché il questa è una lingua che ti può tradire, nel senso che puoi dimenticartela molto facilmente se non la pratichi. Perciò, non bisogna pretendere da se stessi grandi progressi in tempi brevi, perché è impossibile: è una lingua che richiede tanto impegno, tanta pazienza e tanta costanza.

Quanto è stato forte il trauma del passare a vivere da Tortona a Shanghai?

Sono passata a vivere da una città di venticinquemila abitanti, ad una metropoli di venticinque milioni, quindi direi che è stato traumatico, ma in senso positivo. Shanghai offre tantissime possibilità di qualsiasi genere: dall’anteprima mondiale al cinema piuttosto che una nuova attività, e ciò ti porta a sentirti al centro del mondo. Inoltre non incontrerai mai la stessa persona per più di una volta, e ciò ti dà la possibilità di interagire sempre con persone diverse, che hanno storie e sogni diversi. Ad esempio, sono stata molto colpita da un ragazzo americano incontrato una sera in un pub a febbraio dell’anno scorso, quando ero arrivata da appena qualche settimana, che un po’ alticcio mi disse una grande verità: “Shanghai is a platform where you can build your dream.” Inoltre i cinesi nonostante ricevano un’educazione molto rigida che gli rende difficile uscire dagli schemi, sono forti di una cultura millenaria che li rende molto empatici e allegri, anche se sono poco propensi al contatto fisico.

Quali sono i pro e i contro di vivere a Shanghai?

Già dal fatto che ha venticinque milioni di abitanti emerge il più grande contro: non sei mai solo e devi andare a fare la fila per qualsiasi cosa e niente è vicino, dato che le distanze sono immense. Io, ad esempio, ci metto un’ora e mezza di metropolitana per andare al lavoro. Quindi impari a dare importanza al tempo libero, che in una città così frenetica acquista ancora più valore.

Che ricordi hai del liceo?

Diciamo che l’adolescenza di per sé è un momento abbastanza tragico, però ho vissuto gli anni del liceo con molto impegno perché fortunatamente mi piace studiare quindi non è stato mai stressante. Sicuramente, una professoressa che mi porto nel cuore è la prof. Maria Paola Bidone. Per me lei è stata la mia nemica-amica, nel senso che non ci siamo mai dette apertamente quello che pensavamo l’una dell’altra, ma ci siamo volute un sacco di bene e lei me lo ha fatto capire dandomi molte punizioni, che però mi sono servite nella vita per comprendere tante cose: dal non arrivare mai in ritardo a esprimere la mia opinione non come un fiume in piena, ma usando le parole giuste. Posso dire quindi che mi ha dato le armi per combattere le mie guerre. Cito anche la professoressa Ghislieri, che con la sua dottrina mi ha insegnato a essere un po’ più tedesca e meno italiana, e la professoressa Massucco, che mi ha sempre incoraggiata. Tutto sommato ho dei bellissimi ricordi di quegli anni, anche se c’è da dire comunque che le cose brutte si dimenticano: la vita è un po’ più difficile dopo, e quindi arrivi quasi a rimpiangere il liceo.

Che consiglio ti senti di dare a chi sta per scegliere cosa fare dopo il liceo?

Prima di tutto di non fare una cosa tanto per farla o perché costretti dai propri familiari: bisogna capire cosa ci fa stare bene, e ciò non dev’essere necessariamente l’università, ma può essere anche un’accademia o iniziare un mestiere. Per chi si è già fatto un’idea e si ritroverà a fare i conti con il purtroppo disastrato sistema universitario italiano, consiglio un’università pubblica, perché hanno molti più programmi per fare esperienze all’estero, avendo gli esami riconosciuti, mentre le università private ti danno meno possibilità di mobilità. Noi siamo abbastanza fortunati perché abbiamo molte sedi universitarie vicino a noi, ma non dovete avere paura, se c’è la possibilità, di andare anche in qualche ateneo un po’ più lontano.

Mirlinda Meta

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