“Un posto sicuro”: Intervista al regista Francesco Ghiaccio e al protagonista Marco D’Amore

Casale Monferrato, 2011. Eduardo e Luca sono padre e figlio, ma si sono persi da tempo. Una telefonata improvvisa li rimetterà drammaticamente l’uno davanti all’altro, e questa volta, entrambi lo sanno, non avranno una seconda occasione. Intorno a loro si agita l’intera città, in cerca di riscatto alla vigilia della prima grande sentenza sull’amianto. Il bisogno di dar voce a chi non l’ha mai avuta e l’amore per una ragazza daranno a Luca la forza per rinascere, lottare, raccontare una storia fatta di dolori e gioie quotidiane, di ricordi che tornano per farti del male o salvarti per sempre.

Questa è la sinossi del film “Un posto sicuro”, alla cui visione, la mattina del 5 febbraio al Megaplex di Tortona, erano presenti alcune classi del liceo, il regista Francesco Ghiaccio e il protagonista Marco D’Amore. Dopo il dibattito siamo riusciti a fare loro qualche domanda trovando davanti a noi persone gentili e disponibilissime, spinte dalla passione di fare conoscere la storia di Casale e della loro battaglia.

Non avete scelto di fare un film pietoso, in cui la città e i suoi abitanti si piangessero addosso, quale è stato invece il carattere che avete voluto dare alla storia?

Casale è una cittadina di trentamila abitanti, tremila sono morti d’amianto. Avremmo potuto fare un film “strappalacrime”, ma abbiamo voluto restituire dignità alla città e ai suoi abitanti con il racconto di un rapporto problematico tra un padre e il figlio che si ritrovano per affrontare la malattia e il lutto che a Casale hanno colpito quasi ogni famiglia. Questo film è una storia di rivincita e di coraggio e i cittadini ci ringraziano per questo.

Durante il dibattito si è parlato anche del caso Ilva, presto sarete a Taranto. In entrambe le città, quando si iniziò a comprendere la gravità della situazione gli operai dovettero scegliere tra mantenere il lavoro o la salute. Com’è stata la reazione a Casale?

Negli anni Settanta gli operai si accorsero che tante morti non potevano essere un caso. Nemmeno il direttore della fabbrica che, come si vede nel film, viveva a due passi dallo stabilimento con la famiglia sapeva nulla. Solo i vertici conoscevano la pericolosità dell’amianto. Così alcuni operai andarono a chiedere chiarimenti ma molti dicevano ai colleghi di non farlo per paura di perdere il lavoro. La fabbrica chiuse nell’89 solo perchè i proprietari iniziarono a comprendere che tra la gente cresceva la consapevolezza della situazione e credettero che non fosse più vantaggioso, in termini di guadagni, mantenere operativo lo stabilimento.

Come ha partecipato Casale Monferrato alle riprese?

Ha sposato pienamente il nostro progetto sia a livello di amministrazione che di gente comune. Abbiamo girato tanto per la città per ricreare alcune scene realmente accadute e il supporto è stato totale; la produzione ci diceva che riusciva in poche ore ad ottenere delle cose che su altri set richiedevano giornate di lavoro tra uffici, pratiche e visti vari. Era un film che parlava della storia della città, in cui molti si sono identificati perché lo consideravano un’occasione di riscatto, soprattutto dopo la sentenza della Cassazione. Il nostro è soprattutto il racconto di una rinascita: un risveglio che è iniziato più di trent’anni fa, quando i primi operai dissero “qua stiamo morendo tutti”. E così iniziarono a lottare. Un posto sicuro non riguarda solo il lavoro o la consapevolezza di vivere in un posto sano, ha a che fare anche con la parte più segreta di noi, lì dove speri che tutto sia in ordine e che riprenda presto a splendere.

Cosa possiamo fare oggi noi ragazzi per questa battaglia?

Le madri di Plaza de Mayo coniarono una frase che recitava “L’unica battaglia che non si vince è quella che si abbandona”, e noi questa battaglia non la abbandoniamo, perché il posto sicuro del titolo sia un riparo non solo per il corpo, ma anche per l’anima. Le vicende del giovane Luca sono il fulcro di questo film. Il protagonista pur vivendo a Casale da sempre non aveva che una conoscenza sommaria del caso Eternit, ma quando suo malgrado scopre la malattia del padre gli si riavvicina, se pur con difficoltà, e cerca di informarsi e avere consapevolezza della vicenda. Il secondo passaggio è la scelta, quella di mettere in campo le sue abilità, in questo caso di attore di teatro, per questa battaglia. È una scelta anche quella che fate voi oggi facendoci queste domande per il vostro giornale scolastico.

Greta Palmazio e Martino Gandi

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