Uno sguardo sul mondo: “Intervista a Michele Rebora”

Ecco a voi l’intervista a Michele Rebora, un ex studente del nostro liceo, diventato ora un educatore del “Piccolo Cottolengo Don Orione”di Tortona.

Puoi presentarti brevemente?

Mi chiamo Michele, ho quarantacinque anni e sono un educatore. Sono nato, vivo e lavoro a Tortona, presso il “Piccolo Cottolengo Don Orione”, una struttura che ospita minori con disabilità psicofisiche gravi e gravissime.

Qual è stato il tuo percorso di studi?

Dopo il diploma di maturità scientifica, mi iscrissi a lettere moderne, affascinato dalle materie umanistiche. Dopo una partenza di slancio, iniziai a procedere per inerzia, rallentando il ritmo fino a fermarmi. Idee confuse, perplessità rispetto alle reali possibilità di inserimento lavorativo nel mondo della scuola mi portarono a decidere per un anno di sospensione. L’unica certezza che avevo in quegli anni era che avrei scelto di svolgere il servizio civile. E così fu. Venni inviato al “Centro Paolo VI” di Casalnoceto e fu la scoperta di un mondo. Affascinante, sconvolgente, faticoso, ma estremamente appagante. Alla fine dell’anno la decisione era presa: mollare tutto, ricominciare da capo e studiare un approccio professionale a questo nuovo universo che mi si era rivelato. Avevo ventisette anni, mi iscrissi al corso regionale per educatori professionali al Don Gnocchi di Milano, che aveva fama di approfondire particolarmente i temi della psichiatria e della devianza e riuscii a laurearmi nel luglio del 2003.

In che cosa consiste attualmente il tuo lavoro?

Nella “Carta dei Servizi” della struttura l’educatore viene così definito: “Svolge la propria attività nei riguardi di tutti gli ospiti con l’attuazione di progetti individuali volti a promuovere e a contribuire al pieno sviluppo delle potenzialità di crescita personale e di inserimento sociale, agendo sulla relazione interpersonale, sul contesto ambientale e sull’organizzazione delle attività in campo educativo”. In parole più semplici mi occupo della promozione, del rinforzo o del mantenimento delle abilità senso motorie, comunicative, cognitive, e dell’area delle autonomie personali dei singoli ospiti.

Un successo professionale che non dimenticherai mai?

Quindici anni sono un periodo molto lungo per uno che lavora sui cambiamenti infinitesimi, sui piccoli passi e con obiettivi minimi. E’ difficile isolare episodi particolarmente eclatanti. Non perché non avvengano, ma perché, in forma diversa, sono tutti importanti e hanno tutti eguale valore. Se devo forzare una risposta, racconto l’episodio avvenuto con un’ospite che in anni di lavoro avevo sempre visto in stato di incoscienza e semicomatoso, è stata inserita in un programma sperimentale di musicoterapia basata sul contatto corporeo. Ho scelto di lavorare con lei proprio perché non reattiva agli stimoli verbali e sensoriali in genere. Durante un passaggio piuttosto intenso, massaggiandole le mani inerti, improvvisamente le ha strette sulle mie ripetendo il gesto ogni volta che riproponevo lo stimolo. E’ stato molto emozionante, in quanto ci siamo resi conto che B. c’era, nascosta da qualche parte, ed era riuscita a comunicare. In conseguenza di ciò si sono riviste le terapie farmacologiche e per un lungo periodo B. è diventata interattiva, responsiva e comunicativa. Purtroppo nel tempo le condizioni generali di salute si sono aggravate e piano piano è ritornata a spegnersi, anche se non come prima e ogni tanto ha brevi periodi di ripresa.

Qual è il lato più bello e quale quello più difficile del tuo lavoro?

Ci sono aspetti gratificanti e momenti emotivamente molto intensi, così come fatiche e frustrazioni talvolta brucianti. Non mancano momenti in cui hai bisogno di confronto con il resto della squadra perché da solo proprio non ce la fai a mantenere quel distacco emotivo che ti permette di ritrovare energia e motivazione. La difficoltà sta anche e soprattutto nel lavoro su di sé, nel dare senso e significato ad ogni cosa che si pensa, si propone e si agisce. E’ utile, se non indispensabile, guardare se stessi dall’esterno. Essere e stare in relazione è faticoso. Superare i propri pre-giudizi e pre-concetti, la seduzione di soluzioni preconfezionate e apparentemente salvifiche o anche solo la tentazione fortissima di sostituirsi all’altro nelle sue difficoltà invece di insegnargli a superarle con le sue sole forze è complicato, ma fondamentale. C’è infine la consapevolezza di lavorare, spesso, con patologie degenerative che chiudono la porta al futuro. Già è difficile trovare un senso alla sofferenza, ancora più difficile quando una di queste candeline si spegne. Non è vero che ci si abitua, fa sempre male allo stesso modo. E fortunatamente è così, aggiungo. Se dovesse cambiare qualcosa nel mio sentire, sarei il primo a farmi delle domande.

A distanza di anni, faresti la stessa scelta professionale? Se no, verso cosa ti orienteresti?

Sì, penso proprio di sì. Credo di esprimermi al meglio nella relazione, nell’ascolto, nell’incontro e nel confronto. Potessi tornare indietro sceglierei in ogni caso una professione legata all’ambito psicopedagogico. Ma se proprio devo fare un voletto di fantasia, lasciami rispolverare il vecchio sogno di bambino, che era quello di diventare uno stimato e abile medico chirurgo.

Sofia Ruzza 

 

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