DECIDERE E AFFRONTARE I FANTASMI

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Per molti studenti, me compreso, sta per giungere il fatidico momento della scelta della facoltà universitaria che si andrà ad affrontare dopo l’esame di maturità. Come in tutti gli ambiti della vita c’è chi ha già le idee chiare da tempo e si è buttato anima e corpo per perseguirle e chi, invece, è preso da grandi indecisioni dettate dalle troppe ipotetiche opzioni tra cui poter spaziare, o dal non averne in mente nessuna.

Il 20 aprile al Salone dello Studente di Milano, tra stand, volantini e presentazioni dei più svariati corsi di laurea ho avuto la fortuna di partecipare all’incontro Decidere in situazioni di incertezza. Consigli psicologici per la scelta dopo la maturità a cura di Sergio Bettini, psicologo dell’orientamento.

Innanzitutto, l’aspetto che più mi ha colpito e in un certo modo tranquillizzato è stato quello in merito alla natura di una scelta, introdotto dal relatore all’inizio della presentazione. Lo psicologo ha tenuto a precisare che il suo mestiere non è quello di portarci a prendere decisioni sicure e prive di errori, ma arrivare a una conoscenza di noi stessi utile a prendere la migliore decisione possibile in quel momento e in quelle circostanze. Per fare questo e prendere dunque la strada più adeguata, che è il massimo obbiettivo del decisore, c’è bisogno di avere, oltre alle informazioni (che però spesso cambiano repentinamente o possono essere viziate) la conoscenza della nostra della competenza. La competenza è come l’ipotenusa di un triangolo rettangolo i cui lati minori sono le conoscenze, cioè aspetti acquisiti, e le capacità, aspetti invece innati. Proprio per questo motivo un altro importante consiglio che lo psicologo ha voluto dare a chi non sa cosa scegliere perché ossessionato da troppe opzioni è quello di conoscersi per valutare l’importanza delle capacità. Se siamo sinceri con noi stessi possiamo convenire che siamo realmente bravi e portati per fare una o al massimo due attività. Saper distinguere gli interessi, da mantenere comunque con costanza, dalle capacità, è il punto di partenza per ridurre il numero di possibili strade e arrivare a quelle poche che possono appunto essere non le più certe, ma le migliori. Questi sono dunque i processi alla base di una decisione. Il primo passo è la raccolta delle informazioni, costituite di fatti e di opinioni. In seguito un processo di elaborazione ci porta a stabilire cosa sia più importante, per arrivare infine al vero e proprio momento della scelta.

Ma siamo sempre sicuri che la nostra scelta non sia condizionata? Se anche la famiglia, la scuola o gli amici sembrano restare neutri in merito alle nostre posizioni, spesso le persone costruiscono una realtà basata sulla loro percezione degli stimoli esterni, creando filtri che distorcono la realtà oggettiva. Può apparirci una decisione migliore quella che in realtà sappiamo essere più giusta secondo una amico, un parente o un professore anche nel momento in cui non riceviamo da queste figure alcuna pressione evidente.

Inoltre il lavoro è l’altro grande ago della bilancia che sposta opinioni e dubbi. Come ho visto anche al Salone di Milano, si è creato un modello di studenti-clienti che ormai trascende le università private ed è giunto anche a quelle statali, tanto che alcune hanno un apparato pubblicitario degno di un’azienda. Il messaggio di base che moltissimi atenei cercano di trasmettere è quello dell’occupazione garantita dopo gli anni trascorsi in quella particolare facoltà. Sebbene la preparazione a un mestiere sia mai come oggi fondamentale e doverosa, vista anche la folla di impreparati e non-professionisti che danneggiano giorno per giorno il nostro Paese in ogni ambito, sono convinto che la scelta debba basarsi sulle attitudini personali e sul futuro che chiunque può liberamente desiderare e perseguire. Inoltre una scelta dettata dalla ricerca di un lavoro sicuro potrebbe rivelarsi sbagliata poiché come detto precedentemente la competenza è fusione di conoscenze ma anche di capacità. Lo psicologo ci ha portato l’esempio di un ingegnere gestionale laureato con ottimi voti che si rivolse a lui per preparare un colloquio poiché non riusciva ad avere un lavoro. Dopo una simulazione il problema si è manifestato in tutta la sua chiarezza. La timidezza del candidato impediva al datore di lavoro di voler affidare un compito di leadership a un dipendente dal carattere insicuro.

Un altro aspetto da considerare in chiave di una scelta sono gli accidenti e le casualità che possono pararsi sulla nostra strada e dimostrarci l’inultilità di una pianificazione meccanica del nostro futuro. Ecco allora che entra in scena una curiosa quanto affascinante teoria presentata dal relatore, ovvero quella della casualità pianificata proposta da un docente di nome John Krumboltz. Secondo questa gli imprevisti non sono solo inevitabili, ma addirittura desiderabili. Ciò che conta è produrre occasioni per migliorare la qualità della propria vita ed essere in grado di cogliere tali occasioni. Per farlo sono necessarie diverse qualità, come la curiosità, la perseveranza, cioè capacità di continuare ad impegnarsi nonostante gli ostacoli, una certa flessibilità, un ottimismo inteso come volontà di considerare nuove opportunità come possibili obiettivi e il coraggio di assumersi dei rischi.

In nome della vera cultura, qualunque sia la scelta che ognuno di noi andrà a fare, l’impegno smisurato e la voglia di rischiare non sono sinonimi di follia ma di grande concretezza e voglia di raggiungere gli obbiettivi che noi stessi ci porremo e che la nostra vita ci presenterà.

Calvino scriveva che “Molte volte l’impegno che gli uomini mettono in attività che sembrano assolutamente gratuite, senz’altro fine che il divertimento o la soddisfazione di risolvere un problema difficile, si rileva essenziale in un ambito che nessuno aveva previsto, con conseguenze che portano lontano. Questo è vero per poesia e arte, come è vero per la scienza e la tecnologia.”

Il primo atto dell’Amleto di Shakespeare si apre con i soldati Francesco e Bernardo che hanno invitato Orazio sui bastioni dinanzi al castello reale per mostrare loro il fantasma del re Claudio di Danimarca apparso loro già due volte. Quanto questo si presenta, Marcello spaventato esclama “Parlagli tu, Orazio, che sai di lettere…”

Ecco a cosa serve la cultura. A non temere i fantasmi.

Martino Gandi

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