L’asta delle minacce

Da mesi osserviamo come i toni tra Washington e Pyongyang, capitale della Corea del Nord, diventino più accesi ogni giorno che passa, quasi ad ogni edizione del telegiornale. Facciamo ora chiarezza sul (quasi) casus belli, tornando indietro nel tempo per scoprire le cause profonde della crisi che rischia di investire il mondo.

Al termine della seconda guerra mondiale il territorio coreano, allora parte dell’impero giapponese, venne diviso in due, all’altezza del 38° parallelo. Le due parti vennero spartite tra Unione Sovietica e Stati Uniti, in quello scenario definito poi Guerra Fredda. Nel 1950 la Corea del Nord invase quella del Sud, portando alla partecipazione, più o meno diretta, di entrambe le due superpotenze. Si potrebbe davvero parlare di un classico, dato che è un motivo molto ricorrente per le origini di molte situazioni di tensione nel mondo. Ad ogni modo, il conflitto si concluse nel 1953, senza la firma di alcun trattato di pace. Solo un armistizio, ripetutamente violato da ambo le parti, si frapponeva fra la pace e la guerra.

Nei primi anni duemila Pyongyang abbandonò il Trattato di non proliferazione nucleare, iniziando, di fatto, la sua corsa all’atomica. Il primo test avverrà nel 2006. Da allora furono sempre di più i test volti alla creazione di testate nucleari. Il più noto è quello che, appena lo scorso settembre, ha provocato un terremoto di magnitudo 6.3. Il lancio di una testata ad idrogeno è l’ennesima follia di Kim Jong-un, al solo scopo di mostrare i denti, provocare e far notizia, il tutto abilmente farcito da una copertura mediatica da parte delle emittenti televisive coreane, che ha ben poco di spontaneo e molto di fazioso e propagandistico. Kim, leader della Corea, o meglio, dittatore, è al potere dal 2011, quando aveva solo 27 anni e un’ esperienza governativa pressoché nulla. In questi sei anni è riuscito a macchiarsi dei più gravi crimini, meritandosi appieno il titolo di dittatore. Le sue nefandezze vanno dall’uccisione di oltre 140 alti funzionari, fino all’assassinio dello zio e del fratello, accusati entrambi di alto tradimento. Oltre a questo la vita del dittatore è un mistero: perfino la sua data di nascita è incerta.

Gli Stati Uniti, rappresentati dal presidente Trump, hanno più volte dato forti risposte ai test di Kim nel Pacifico, inviando navi o aerei, nonostante il dittatore abbia decisamente affermato che ogni velivolo militare statunitense sarebbe stato abbattuto anche al di fuori dello spazio aereo coreano. A tali contromosse sono seguite anche numerose sanzioni da parte della Cina, dell’ONU e degli USA stessi, con la sola conseguenza di maggiori minacce da parte del giovane dittatore.

Il dialogo sembra mancare di volta in volta da parte di entrambi i governi e i toni non fanno che alzarsi, insieme alla paura e all’inquietudine. Certo è che, quando le più serie trattative per evitare il disastro sono portate avanti da un nostro senatore dal cognome poco raccomandabile, speranzoso di essere accompagnato da un giovane talento del calcio (acquisto del fantacalcio che eviterei volentieri di perdere), diventa quasi inevitabile assistere ad un’asta delle minacce che va a rialzo, giusto per dimostrare di chi sia la voce più grossa e sostenere il revanscismo di una terra vissuta all’ombra del nucleare.

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