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All’80° Anniversario delle leggi razziali, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha nominato senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta alle deportazioni naziste. «Sento su di me l’enorme compito, la grave responsabilità di tentare almeno, pur con tutti i miei limiti, di portare nel Senato della Repubblica delle voci ormai lontane che rischiano di perdersi nell’oblio». Così risponde alle prime interviste, quasi intimidita e sorpresa da quest’inaspettata onorificenza. «Le voci di quelle migliaia di italiani, appartenenti alla piccola minoranza ebraica, che nel 1938 subirono l’umiliazione di essere degradati dalla Patria che amavano; che furono espulsi dalle scuole, dalle professioni, dalla società dei cittadini ‘di serie A’; che in seguito furono perseguitati, braccati e infine deportati verso la ‘soluzione finale» così racconta Liliana a “Repubblica”. Questo il determinato messaggio che vuole trasmettere, facendosi custode di una memoria dolorosa, di quei luoghi di morte che si portarono via la sua famiglia e la sua dignità.

Eppure ciò che la Segre sottolinea maggiormente è la gravità dell’emanazione delle leggi raziali. «Per mio padre, che era così fiero di essere italiano, è stato un dolore immenso vedersi annullare la tessera di ufficiale in congedo». L’assurdità di essere dichiarati nemici da quella Patria che si aveva servito ed essere costretti a vedersi togliere un diritto dopo l’altro. Non solo, il dolore proveniva anche dall’ignoranza e dall’indifferenza, malattia che attanaglia ancora la nostra società, le “banalità del male”, come più spesso descritte. «Ero entrata in quella zona grigia di indifferenza che avvolgeva anche la gente a Milano, un’indifferenza ancora più dura da sopportare di una violenza fisica perché non potevi reagire ai silenzi, agli sguardi sfuggenti. E io non capivo, me ne stavo lì, come se avessi fatto qualcosa di male, a domandarmi se tutto era cambiato per colpa mia».

Sono ben noti i fatti successivi: i mesi di prigionia, la deportazione e la liberazione. Pochi seppero della sua profonda depressione e del suo costante dolore, l’incertezza del futuro e la certezza di non essere capiti da nessuno. Eppure ora ha l’onere di custodire la memoria.

«Pochi giorni fa – racconta la Segre ad un’intervista per il “Corriere della Sera”, parlando di un suo nipote- mi ha detto: “Nonna, tu sei il mare, io sono un’onda”. Allora penso che non avrei potuto chiedere di più. E che, nonostante Auschwitz, alla fine ha vinto la vita».

 

Chiara Bailo

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