La corsa più scioccante della mia vita

Quest’anno i nostri redattori si sono soffermati spesso sull’argomento immigrazione e razzismo, adottando una posizione che a molti avrà fatto storcere il naso. Decido di tornarci in questo numero, a pochi giorni dall’anniversario della Liberazione e a poche settimane dalla fine dello Stage in Grecia e dal bombardamento congiunto di USA, UK e Francia in Siria. Tutti momenti che avranno un loro senso all’interno dell’articolo.

In occasione del ritorno del quinquennio del liceo classico dalla Grecia tramite traghetto, ho assistito ad una situazione che mi ha colpito troppo perché non ne parlassi. Una situazione che non avrei immaginato da nessuna parte, tanto più in Grecia, a Patrasso. Poco prima di imbarcarci, prendendo una boccata d’aria, abbiamo visto una cinquantina di persone fuggire da dentro un cespuglio di modeste dimensioni all’arrivo della volante della polizia. Incuriositi, abbiamo chiesto ad un impiegato del porto chi fossero quelle persone. “Profughi”, ci ha detto, “Kurdi, Afghani e Siriani”. Proprio quei Kurdi che per anni hanno aiutato la Turchia a combattere l’ISIS e ora sono attaccati dallo stesso Erdogan. Continuando il discorso con l’autoctono, scopriamo che quella è la loro routine quando cala la notte. Si nascondono, aspettando di poter entrare nel porto per aggrapparsi alla parte inferiore di un autobus o di un camion, sperando di entrare di nascosto sul traghetto, dormendo nella stiva e poi fuggendo appena la nave apre i portelloni. Siamo stati testimoni di questo disperato tentativo, quando sono riusciti a scavalcare la recinzione. Allora la polizia ha iniziato a inseguirli con le volanti, le moto e i cani, per metterli in fuga. Ogni veicolo veniva controllato prima di poter entrare a bordo. I profughi però non demordevano e non si sono arresi fino a quando i portelloni non sono stati chiusi chiusi, quindi dopo un’ora e mezza buona di corsa disperata nel porto, rischiando di farsi investire.

Appena arrivati in Italia, veniamo a sapere del bombardamento in Siria. Nella notte tra il 13 e il 14 Aprile USA, UK e Francia hanno condotto un raid per bombardare e distruggere tre basi militari in Siria legate alla produzione di armi chimiche. Il bombardamento è avvenuta in risposta all’attacco chimico che lo scorso 7 aprile ha ucciso almeno 70 persone a Douma, ritenuto quasi univocamente ordinato dal presidente Assad. Insomma, si è cercato di dire basta alle bombe con altre bombe. Molto logico. Il mio primo pensiero va ai profughi di Patrasso. Che tra quella cinquantina di persona ci fosse qualche abitante di Douma? Qualcuno che ha perso tutto in un attacco simile a quello condotto dai Paesi Occidentali? Sfido ora tutti quelli che dicono che i profughi vengono qui perché sanno che avranno i famosi 35€ al giorno. Li sfido a dire che sono finti profughi. Li sfido a dire che questa gente non ha bisogno d’aiuto. Perché se sono disposti a fare questa follia in Grecia, non certo il miglior Paese del mondo, ma infinitamente lontano dall’orrore mediorientale, provate a immaginare cosa abbiano passato, cosa abbiano visto e quanto abbiano dovuto perdere.

Nell’introduzione ho parlato di anniversario della Liberazione. Perché? Perché un Paese che è stato governato per vent’anni da un regime razzista e violento, che mandava i proprio giovani al confino per poi vederli morire in circostanze misteriose, non può permettersi nel 2018 di essere di nuovo schiavo della paura e dell’odio. Non possiamo nel 2018 augurarci che si usi violenza sui profughi come deterrente per gli altri. Non possiamo permettere che l’odio e la paura superino la compassione per dei ragazzi che si nascondono dentro un cespuglio, che si aggrappano ai rimorchi dei camion e alla pancia dei pullman, rischiando di essere schiacciati in caso di caduta, affrontano lo spettro della morte e del carcere per un sogno di vita e libertà.

Giorgio Carboni

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